Autore: Irene Ligori
Categorie: Cucina, In evidenza, Ricette

Un po’ perché terribilmente golosa, un po’ perché sono stati le prime lezioni di cucina da parte di mia madre, i dolci rimangono per me il primo amore e mi cimento volentieri, appena posso, a farne di tutti i tipi, dalla torta per la colazione, alla crostata alla marmellata per la merenda o un goloso dessert. Così, quando ricevo un invito fuori casa, mi offro sempre volontaria nel portare il dolce anche se, con mio grande stupore, è una delle cose da non fare quando si è ospiti.

Il Galateo è chiarissimo in proposito: quando si è invitati a una cena, a meno che gli ospiti non siano amici in confidenza, non si porta il dessert; altrimenti si rischia di“scombinare” il menù pensato dal padrone o dalla padrona di casa! Pasticcini e torte sono permessi solo se l’invito è decisamente informale, o se espressamente richiesti. Io, per ovviare, chiedo sempre specificando quale dolce ho intenzione di fare o, raramente, comprare –la regola, si noti, non vale per il gelato sempre ben accetto soprattutto in estate-. O addirittura, talvolta, le mie amiche più sfacciate e dirette mi “commissionano” il loro dolce preferito tra i miei: uno di questi, è il tiramisù.

Ammetto, con falsa modestia, che il “mio” tiramisù è davvero buono o quantomeno riscuote sempre complimenti ben accetti e confermati, peraltro, dal sincero spazzolamento del vassoio. Ma la mia è solo una delle numerose versioni di un dolce dalla storia recente e origini assai lontane dalle mie.
Giuseppe Maffioli, esperto enogastronomo, nel 1981 nella rivista “Vin Veneto: rivista trimestrale di vino, grappa, gastronomia e varia umanità del Veneto” storicizza la creazione del dolce verso la fine degli anni 60 presso il ristorante “Alle Beccherie” di Treviso ad opera di un cuoco pasticciere che aveva lavorato in Germania, Roberto “Loly” Linguanotto. Il nome del dolce in veneto “tiramesù” poi italianizzato in “tiramisù”, sarebbe stato adottato per le sue capacità nutrizionali e ristoratrici anche se altri affermano maliziosamente che il nome sia dovuto a presunti effetti afrodisiaci.
Di sicuro, il successo di questo dolce al cucchiaio ha meritato il titolo di piatto ufficiale della 6a Giornata Mondiale della Cucina Italiana celebrata il 17 gennaio 2013.

Ma quante teorie e leggende intorno al suo vassoio: c’è chi custodisce gelosamente la ricetta, tramandata di generazione in generazione e discendente da avi di origini vicine al nostro Linguanotto, e c’è chi addirittura ne nega i natali attribuendogli origini alquanto dubbie in terra di Siena ( il mascarpone, tipico della Lombardia, e i savoiardi biscotti originari della Savoia risultano entrambi poco verosimilmente usati nella pasticceria senese a cavallo del 1600 e 1700).
Anche se -confesso!- ho io stessa sperimentato una versione “toscana” del tiramisù a base di cantucci e vin santo, una varianti estiva con le fragole, una vegana senza uova con yogurt e panna vegetale (tiramisù?!?), e mi accingo, prima o poi, a sperimentare il “birramisù”, senza ombra di dubbio la mia preferita rimane la classica con i savoiardi e il caffè.

Veloce da preparare e con qualche piccolissima personalizzazione ecco la mia ricetta.

Ingredienti:
500 gr mascarpone
500 gr panna fresca (da montare)
2 tuorli d’uovo
2-3 cucchiai di zucchero
Savoiardi
Caffè (della moka)
Liquore S.Marzano Borschi
Cacao in polvere

Procedimento:
Montare la panna (senza zucchero) e riporre in frigo. Sbattere i tuorli d’uovo con 2-3 cucchiai di zucchero finché non risultino spumosi e bianchicci e aggiungervi il mascarpone o se preferite, sbattetele a bagnomaria prima di aggiungervi il mascarpone. Amalgamare e aggiungere la panna montata, procedendo ad incorporarla dal basso verso l’alto, senza frenesia. Preparare in una scodella il caffè (circa 5-6 tazzine) allungato con una tazzina di S.Marzano e zuccherato a piacere (non troppo). Bagnarvi i savoiardi e disporli nel vassoio (a me piacciono belli zuppi), quindi disporvi la crema e spolverare di cacao amaro al momento di servire.

E voi di che partito siete? Savoiardi o Pavesini? Panna sì o panna no? Albume o meringa all’italiana? Con o senza pezzetti di cioccolata?

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4 risposte.

  1. letizia scrive:

    Galateo a parte, credo che se gli ingredienti son di qualità… questo dolce si abbini bene a qualsiasi situazione o menù!!!… Almeno a casa nostra, dove l’ unica regola è “abbondare nelle porzioni”.
    Scherzi a parte, io ho messo a punto una ricetta senza panna, con i poavesini e con 4 tuorli d’uovo per 500g di mascarpone. Aggiungo le chiare montate a neve, metto pezzetti di cioccolato ed il cacao a guarnire. Non abbondo con i liquori, perchè mi ubriaco con tutto… aimeh!
    Mio marito impazzisce per il “multistrato”, quindi cerco di preperarlo almeno a tre “piani”… come fa anche mia mamma.
    Alla fine, il bello di queste ricette è che ogni famiglia segue una sua filosofia, no???

    • Irene scrive:

      Qualcuno mi ha anche suggerito la “regola 1-1-1″ ovvero 1 uovo 1 cucchiaio di zucchero 100 gr di mascarpone con gli albumi montati a neve…la conoscevate?

  2. serena scrive:

    Mamma che acquolina….
    Interessante la premessa del Galateo, non la sapevo, credevo fosse un gesto consueto o che fosse più problematico l’abbinamento di un eventuale vino portato dagli invitati…sappi che da me il tuo “tiramesù” sarebbe ben accetto qualsiasi sia il menù!!!!!

    • Irene scrive:

      Grazie Serena…io dico sempre che basta chiedere perché se chi porta il vino ci capisce più di me non potrà certo sbagliare. Dichiaro sempre il menù al momento dell’invito ;)

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