Autore: Damiano Sforzi
Categorie: Cucina, In evidenza, Recensioni, Ricette

Dopo 19 anni, trovandomi di nuovo a New York, ho deciso di tornare a Little Italy, che ormai è relegata alla sola Mulberry Street e dove di italiano c’è rimasto soltanto soltanto i nomi dei piatti e dei ristoranti: camerieri e cuochi sono ragazzi che provengono da ogni parte del pianeta, in particolare dal sud America e dall’Asia ma non più dall’Italia.

Ricordo ancora quando nell’autunno del 1994, con il mio amico Fabrizio, camminando per Little Italy e conversando in italiano fummo fermati da una coppia di anziani che ci disse: ” Ma voi siete italiani?” E noi: “” e loro: “Ma italiani dell’Italia?“, per poi raccontarci che erano partiti dalla Puglia negli anni ’50, con una delle all’epoca navi della speranza e che non avevano più rivisto la loro patria e probabilmente non vi sarebbero più tornati.

Comunque oggi di quella comunità di immigrati che ha cercato di sopravvivere, alcuni facendo poi anche fortuna, offrendo la propria cultura alimentare non è rimasto quasi niente.  Per questo ho deciso di andare a vedere come il nostro paese degli anni 2000 è rappresentato, dal punto di vista alimentare e culinario, nella “grande mela” e sono andato a pranzo da Eataly.

I prodotti che si trovano in questo moderno museo interattivo dell’Italian food sono di ottima qualità, anche per “un italiano dell’Italia”, e con un buon portafogli si può acquistare il meglio dei prodotti della cucina italiana a quasi 7000 km di distanza.

Ovviamente la perfezione non é di questo mondo e quindi nemmeno di Eataly.
Sono andato a pranzo nella sezione pasta e pizza e devo dire che l’accoglienza da parte della “new manager” è stata fredda e sbrigativa ai limiti del maleducato, facendoci sentire proprio come dei turisti e non come dei clienti; ottima la mozzarella di bufala della caprese, mentre invece gli spaghettoni cacio e pepe avevano come sapore predominante quello del burro e non del pecorino e del pepe, mentre erano molto buone le trenette al nero di seppia con le cozze, di buon livello il bianco friulano di Jo Bastianich e bravissimo e professionale il cameriere Nicholas, un ragazzone nero che ha spiegato con simpatia e dovizia di particolari i piatti e i tempi di attesa.
Infine l’espresso prima di uscire era il migliore che ho bevuto da queste parti.

Quindi penso di poter affermare che Oscar Farinetti e Mario Batali, con tutte le imperfezioni del caso, abbiano portato da questa parte dell’oceano un’immagine del nostro paese di qualità e di stile e ancora una volta, ora come allora, gli italiani sono riusciti a caratterizzare il panorama gastronomico della Grande Mela.

Lascio a questo punto una ricetta dei tonnarelli cacio e pepe SENZA BURRO:

Ingredienti
400 grammi di spaghetti
200 grammi di pecorino romano grattugiato
pepe nero macinato
olio extravergine d’oliva
sale.

Procedimento
1. Cuocere gli spaghetti in acqua salata nel quale è stato versato un cucchiaio di olio di olive (per evitare che si trasformino in una massa informe) e nel frattempo versare in una ciotolina di vetro o di alluminio il pecorino romano e il pepe nero.
2. Alzare la pasta al dente (non scolatela per carità sennò perde tutta l’acqua di cottura ed è finita!) calcolando almeno 2 minuti prima della fine cottura, versarla nella ciotola con la miscela di pecorino e condirla per bene aggiungendo due mestoli di acqua di cottura per fare in modo che tutto si amalgami per bene. Potete anche mescolare pecorino e pepe nero in una padella grande dove poi scolerete gli spaghetti ricordandovi però che NON vanno cotti o messi ad amalgamare sul fuoco ma vanno amalgamati “a freddo”.
3. Mescolare e servire immediatissimamente altrimenti la pasta si fredda e il formaggio si raggruma tutto.

Tempo di preparazione
15 minuti

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