Autore: Lavinia Strati
Categorie: Cucina, In evidenza, Ricette, Ricette letterarie

Che Lewis Carroll, al secolo Charles Lutwidge Dodgson, abbia scritto un’opera geniale, è fuori da ogni dubbio. I suoi nonsense, i divertissements linguistici, i personaggi più che bizzarri e le loro peripezie hanno affascinato, divertito, ispirato generazioni di lettori, dai più autorevoli ai più comuni, resta solo da stabilire se l’opinione di Joyce o Borges sia più autorevole di quella di un bambino. Ed è proprio per una bambina che quest’opera viene ideata, quasi per caso, durante una delle gite in barca che Carroll era solito fare con le figlie dei Liddell, tra cui la piccola Alice, che darà il nome alla protagonista. E’ “per far piacere ad una bambina che amavo” che Carroll inventa, racconta, e alla fine mette per iscritto quello che diventerà il suo apprezzatissimo capolavoro. Al mondo dei bambini purtroppo lo legano a doppio filo anche le orribili teorie che riguardano l’uomo Dodgson, e che gettano un’ombra inquietante sull’opera dello scrittore Carroll. Ma questo romanzo, ha detto qualcuno, va preso come si prenderebbe una tazza di tè, assaporandolo in tutte le sue originalissime sfaccettature e al tempo stesso non facendosi troppe domande. D’altronde, se si sta prendendo un tè con i matti, come la povera Alice, ogni domanda genererà un’altra domanda o una risposta che “sebbene grammaticalmente esatta, pareva non avere alcun senso”.

La sequenza del tè è sempre stata una delle mie preferite, e se vi dico che alla veneranda età di (quasi) 30 anni mi ha fatto ridere da sola, rileggendola, spero che mi crederete. Il tè per la Lepre e il Cappellaio, i due folli commensali coi quali la disorientata Alice si ritrova a tavola, non è una cerimonia, non è un momento di raccoglimento né di socializzazione: anzi, Alice viene bruscamente rimproverata di essersi seduta al tavolo senza essere stata invitata, e non le viene offerto del tè ma del vino, che in realtà non c’è. Qui il tè è, casomai, un rito che si è svuotato di ogni senso nella sua eterna e meccanica ripetizione, ed un pretesto per riflettere sulla nozione di Tempo; all’osservazione di Alice sullo spreco del tempo per inutili indovinelli senza soluzione, il Cappellaio replica stizzito: “’Se tu conoscessi il Tempo bene quanto me, non parleresti di sprecarlo, come se fosse una cosa. Perché non lo è.’
‘Non capisco’, disse Alice
‘Certo che non capisci!’, continuò il Cappellaio, scuotendo legnosamente la testa. ‘Direi proprio che tu, con il Tempo, non ci hai mai parlato!’
‘Forse no’, replicò cauta Alice, ‘ma so che quando leggo la musica devo battere il tempo’.
‘Ah! Questo spiega tutto’, disse il Cappellaio. ‘Il Tempo non sopporta di essere battuto. Ora, se tu solo fossi in buoni rapporti con lui, ti consentirebbe di fare praticamente tutto quello che vuoi con l’orologio. Ad esempio, supponi che siano le nove del mattino, l’ora d’inizio delle lezioni: basterebbe che tu gli dicessi una parolina, e l’orologio in un batter d’occhio salterebbe alle tredici e trenta, giusto l’ora del pranzo.’”
A questo punto Alice si ricorda di avere fame, ma c’è sempre qualcosa da chiarire, da risolvere, da discutere e non c’è tempo per il tè né per quel pane imburrato che la tenta dalla tavola apparecchiata.
Che il Cappellaio faccia tutto quello che vuole con il suo orologio, è evidente: lo spalma di burro e lo inzuppa nella tazza di tè; con il Tempo, invece, ha litigato ed ora è fermo sempre alle sei del pomeriggio. E’ sempre l’ora del tè! Un piacevolissimo incubo. Ecco perché è sempre apparecchiato per il tè, ci si può sempre servire in ogni momento, e non c’è neanche il tempo di lavare le tazze e le teiere tra un tè e l’altro.
La piccola Alice adesso non è più in cerca di una spiegazione, ma è entrata nella logica tutta speciale di questa combriccola di matti, e finalmente può allungare indisturbata le sue manine sulla tavola imbandita; e noi, con lei, ci auguriamo di finire prima o poi al cospetto del Cappellaio e di vivere in un mondo in cui sia sempre l’ora del tè.

Per ricreare le leccornie di Alice, ho pensato dei panini piccoli e rotondi, che fossero morbidi, né troppo dolci nè troppo salati, un po’ scones un po’ panini al latte nostrani, da poter servire con il burro, ma anche con la marmellata, con il salmone affumicato, con del formaggio fresco, insomma con qualsiasi cosa vi piaccia accompagnare il vostro tè. Sono davvero versatili e fanno un figurone tutti farciti e impilati su un’alzatina, altro che afternoon tea al Ritz.
L’impasto è facilissimo, bisogna solo fare attenzione allo spessore della pasta quando si stende: i panini lievitano durante la cottura, ma non esageratamente, quindi stendete la pasta già di 2/3 cm di spessore in modo da ottenere dei dischi abbastanza alti.

Ingredienti:
200 gr di farina
50 gr di burro a temperatura ambiente
150 ml di latte
½ cucchiaino di sale
1 cucchiaino di zucchero
1/2 bustina di lievito in polvere per dolci
1 uovo
burro a piacere per farcire

Procedimento:
Mettere la farina setacciata in una ciotola, aggiungere il sale, lo zucchero, il lievito e mescolare. Aggiungere il burro morbido a pezzi e amalgamare con le mani. Aggiungere il latte al centro e impastare bene con le mani, fino ad ottenere un composto compatto e un po’ appiccicoso. Se risulta troppo colloso, aggiungere altra farina. Avvolgere l’impasto nella pellicola trasparente e lasciare riposare per 15/20 minuti in frigorifero. Poi stendere l’impasto aiutandovi con il matterello ad uno spessore di 2/3 centimetri. Con un tagliapasta tondo di 5/6 cm tagliare dei dischi di pasta e metterli su una teglia coperta di carta da forno. Spennellare con l’uovo sbattuto e mettere in forno preriscaldato a 180° per circa 15 minuti. Quando saranno cotti, lasciare intiepidire e tagliare a metà per farcire.

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