Autore: Gianluca Volpi
Categorie: Cucina, In evidenza

Il conte Camillo Negroni nacque a Fiesole nel 1868 e rimase alla storia come uomo di mondo, bevitore, viaggiatore, gran schermidore e uomo di spirito, ma soprattutto per aver inventato uno dei cocktail più famosi del mondo, il Negroni appunto.

Firenze è una piccola città ma, fino dalle sue origini, ha avuto una vocazione internazionale, che non ha mai perso, tanto che alcuni giornalisti stranieri affermano, con una espressione azzeccata, che la città del giglio è la più piccola metropoli del mondo oppure la definiscono come una metropoli tascabile.
Anche la Firenze di inizio Novecento era una città vivace e popolata di stranieri, piena di caffè dove si animava la vita culturale italiana e si beveva con molta generosità.

In questo ambiente il nostro conte sguazzava come un pesce nel suo mare ed era assiduo frequentatore del caffè Casoni di via Tornabuoni, che poi diventò Giacosa e, nei giorni nostri, negozio e bar dello stilista Roberto Cavalli.
Al caffè Casoni era di gran moda il cocktail Milano-Torino (vermouth rosso e campari), poi detto americano, secondo alcuni in onore del pugile Primo Carnera secondo altri perché piaceva agli americani, ma al nostro conte il cocktail meneghino appariva troppo leggero e inconsistente; l’animo vivace ed inquieto del Negroni aveva necessità di ben altro carburante!

Quindi il conte, di ritorno da uno dei suoi viaggi a Londra, suggerì al giovane barman Fosco Scarselli del caffè Casoni di aggiungere all’americano la nuova scoperta alcolica britannica, il gin. Così nacque il cocktail Negroni e, da subito, ottenne un eccezionale successo.

La ricetta tradizionale
1/3 di vermouth rosso (il Martini va benissimo)
1/3 di bitter Campari
1/3 di Gordon’s gin
Uno spruzzo di soda, mezza fetta di arancia e una scorza di limone

Il Negroni va servito in un tumbler largo e basso, precedentemente ghiacciato e con una buona dose di cubetti di ghiaccio.

Photo by Franz Conde via Flickr con licenza Creative Commons Attribuzione 2.0 Generico.

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