Autore: Daniele Baruzzi
Categorie: Politica

C’è una ragione per l’associazione socialdemocrazia-cucina sotto le cui insegne nasce questo blog? Una ragione che vada oltre il mero fatto che un gruppo di amici, a cui piace discutere di cibo e di politica (rigorosamente socialdemocratica) – e talvolta anche praticare queste due discipline – hanno deciso di divertirsi con un blog, intendo.

Di sicuro c’è la voglia di togliere ad una cosa che ci garba, come la socialdemocrazia, quella patina fanè e polverosa di cui ingiustamente è stata ricoperta, associandola invece ad un’altra cosa che ci garba, consistente in un’attività gioiosa e vitale come il cucinare, il mangiare ed il bere (bene, possibilmente). D’altra parte, in Italia, il termine non ha avuto una gran sorte, da Pietro Longo e Cariglia (i segretari del PSDI di cui chi – come chi scrive – ha vissuto la sua adolescenza nei “gloriosi” anni ’80, conserva un indelebile ricordo) sino ad arrivare ai tempi d’oggi, in cui per alcuni evocare la socialdemocrazia equivale quasi ad inneggiare ai soviet e alla collettivizzazione dei mezzi di produzione.

Ma alla base della nostra accoppiata cucina-socialdemocrazia c’è anche dell’altro. Si tratta di una classica associazione spontanea. Di quelle cioè che apparentemente sono inspiegabili, ma che invece nascondono tante cose.
C’è una cucina socialdemocratica? La prima cosa che mi viene in mente non è forse la più scontata. Sì, certo, la filiera corta, il consumo critico, etico e solidale, l’impatto del cibo sui sistemi economici, ecologici e sociali etc. etc. Tutte cose fondamentali, che ci stanno a cuore e di cui forse parleremo anche in questo blog. Socialdemocratiche nel senso che rappresentano una pratica “riformista”, direbbe qualcuno, concreta, per affermare valori ed ideali.
Ma siccome l’aspetto “pedagogico” della socialdemocrazia non è quello che personalmente prediligo, a me piace partire da una parola che connota senza dubbio la socialdemocrazia ma che, nel suo significato letterale, ha molto a che fare con il buon cibo: il welfare, cioè il benessere, quel sistema che garantisce a tutti le condizioni per potere esplicare pienamente la propria libertà, le proprie aspirazioni e passioni.

La mia cucina socialdemocratica è quindi quella che tiene insieme queste cose: lo stare bene, l’essere accessibile ai più, ma anche la passione e la curiosità. E’ la cucina che rifugge dalla sciatteria qualunquista di una pizza sottile e semifredda che ti portano a casa con lo scooter, dal populismo di un hamburger scongelato e cotto in serie, dall’elitarismo d’antan di un risotto con la foglia d’oro, dalla vacuità tutta immagine di un piatto molecolare a la Ferran Adrià o dal pauperismo triste di una torta salata vegana dalla consistenza di un pezzo di compensato.

E quindi, direte voi, cosa rimane? In cosa consiste, in positivo, la cucina socialdemocratica? Proveremo a dirvelo, strada facendo, riempiendo questo blog di contenuti. Ovviamente, nel rigoroso rispetto della tradizione della sinistra e della socialdemocrazia, con contraddizioni, accesi dibattiti, diverse correnti e visioni!

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7 risposte.

  1. christian scrive:

    Non vedo come si possa parlare di “democrazia” in cucina. Non c’è rappresentanza alcuna, non c’è partecipazione buonista, non ci sono correnti. La cucina è anarchia. E se c’ho in mano il coltello, decido io! ;)

    • Daniele Baruzzi Daniele Baruzzi scrive:

      infatti. si parla di social-democrazia, mica di democrazia! la socialdemocrazia notoriamente rifugge inutili e dannosi – soprattutto in cucina – assemblearismi democraticistici :-)

  2. andtrap scrive:

    Io apro subito una frattura culinaria: la cucina socialdemocratica deve essere più aperta verso Ferran Adrià allontanando al contempo invece gli estremismi vegani :D

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