Autore: Irene Ligori
Categorie: Cucina, In evidenza

E poi ci sono quei giorni che non cerchi, non chiami, non ti aspetti…ti arrivano addosso proprio come il temporale che (solitamente) li accompagna. A pochi giorni dall’inizio ufficiale dell’autunno, oltre a tirare fuori le galosce, comincio a sentire quella vocina dentro di me che fa eco “ricordi…ricordi…ricordi…” e infatti i ricordi piovono, fitti, si intersecano e si dipanano davanti ai miei occhi per diventare profumi, sapori, affetti.

Quand’ero piccola (a dir poco fino ai 18 anni) trascorrevo l’estate nella casa di campagna della mia famiglia. Sorta sul terreno che già era stato dei miei nonni paterni, la casa era divenuta col tempo una piccola riproduzione dei cascinali in Toscana. Già, perché io questo cordone ombelicale doppio con la Toscana e la Puglia l’ho sempre avuto.
I miei genitori, infatti, fanno parte di quella orda di studenti che negli anni ’70 si muoveva dal Sud Italia per venire a studiare nelle rinomate università del Centro-Nord soprattutto in caso di facoltà particolarmente rinomate nella tradizione degli atenei. Non ho mai pienamente condiviso perché avessero scelto poi di tornare giù e anche se la loro risposta è stata sempre di carattere romantico-idealista ancora oggi non me la spiego.
Riesco, però, assolutamente a comprendere il perché la Toscana se la siano portata nel cuore, con le sue tegole rosse e le grondaie, le finestre in legno massiccio e i pavimenti in cotto che, vi assicuro, erano assolutamente fuori da qualsiasi architettura tradizionale salentina fino a 30 anni fa: tutt’oggi non vi aspettiate tetti spioventi sulle case, perché da noi, il paese del sole, hanno la meglio le terrazze.

Come le mille finestre che si aprono sul mio computer quando do il via ad una ricerca, provo a chiuderne qualcuna per tornare alle mie estati da ragazza, lunghissime, praticamente dalla prima scampagnata in concomitanza con la Pasquetta fino ai brindisi di calici di vino novello levati in onore di San Martino, quando davvero cominciava a fare freddo la sera e non bastava più il camino a scaldare tutta la casa e ce ne tornavamo al paese. Non prima, però, di aver fatto saltare nel fuoco scoppiettante le caldarroste ed aver riposto nella brace le patane, ovvero le patate dolci o americane.

Mi faceva ridere da bambina che mia madre mi raccontasse di come, a Firenze, le patane fossero utilizzate come piante ornamentali, immerse nell’acqua a germogliare. Che spreco! Io ne avrei mangiate fino a scoppiare. Le più piccole erano quelle per la brace, dolci, morbide, calde, da sbucciare rigorosamente con le mani sporche oltremodo di cenere e carbone, infantili armi tra fratelli per sporcarsi la faccia reciprocamente e riderne davanti allo specchio. Le patane più grosse, invece, scelte con cura al supermercato, possibilmente dalla forma regolare che ne agevolasse il taglio sottile, venivano fritte per essere divise tra quelle con il sale (le mie preferite tuttora, di cui adoravo il contrasto dolce-salato) e quelle con lo zucchero (giusto per non farsi mancare il dessert).

Così ogni anno per me, il ritorno dell’autunno è segnato dalla prima patana fritta che però mia madre riesce sempre ad anticipare in base al mio rientro dalle ferie estive verso la Toscana: l’amore di mamma gliele fa reperire persino a fine agosto, come se tra lei e i coltivatori di patane ci fosse un tacito accordo secondo il quale sua figlia non può e non deve partire senza portarsi con sé quel sapore di infanzia e felicità. Sia chiaro, si chiamano americane ma sono ormai riconosciute come prodotto agroalimentare tradizionale ed inserite nell’apposito elenco pubblicato in Gazzetta Ufficiale dalle regioni: in Puglia (col nome di patata dell’agro leccese, patata dolce, patata zuccherina, patana, tartufulu) e in Veneto (nota come patata americana di Anguillara e Stroppare e patata americana di Zero Branco).

Inutile dire che non c’è una ricetta perché, anche se durante il mio Erasmus in Inghilterra le ho mangiate al forno (roasted sweet potatoes) e in purè (smashed sweet potatoes), continuo a pensare che fritte (in fettine rigorosamente sottili e croccanti) siano il top. Così, avendo appena ricevuto un pacco da mia madre contenente un paio di patane giganti direttamente dalla mia terra, armata di padella di ferro e olio di semi, mi preparo a deliziare il palato ( e il fegato) con questa bontà.

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Una risposta.

  1. Gina Valeri Gina Valeri scrive:

    Interessante che in America si dice che vengono dalla tradizione africana e si mangiano a Thanksgiving.

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