Autore: Filippo Baldereschi
Categorie: Cucina, Ricette

Manuel Vazquez Montalban, nelle sue “Ricette immorali” dice che “non si sa di nessuno che sia riuscito a sedurre con ciò che aveva offerto da mangiare, ma esiste un lungo elenco di coloro che hanno sedotto spiegando quello che si stava per mangiare”; parafrasando il padre dell’investigatore e sublime chef Pepe Carvalho, a me è capitato spesso di rimanere sedotto e incantato dalle immagini dei cibi, mentre venivano preparati o anche solo consumati, quando calati nel contesto giusto.

Avete presente l’inizio del primo Trinità (“Lo chiamavano Trinità“)? Se appartenete a una generazione nata e divenuta adolescente entro gli anni ’80 credo che abbiate già capito dove voglio andare a parare; per i più giovani, mi auguro di tutto cuore che sia lo stesso. Ebbene, non sta a me fare un’esegesi di un film nato probabilmente senza troppe pretese, quasi un sottoprodotto degli “spaghetti western” degli anni ’60, a loro volta nati quasi come b-movies dei western americani alla John Ford, con budget ridotti all’osso e interpretati da attori per lo più agli inizi della carriera, salvo poi guadagnarsi sul campo – cioè nelle sale – il rispetto e l’amore di critica e pubblico. Trinità fu – anzi è – un film in grado di unire schiere di grandi e di piccini, di ogni condizione sociale, credo politico o religioso, in un’adorazione quasi mistica per i personaggi che vi compaiono e che rispondono ai “nomi” di Trinità e Bambino. Tra i miei coetanei (io sono degli anni ’70) pochi non sono in grado di citare a memoria la maggior parte delle battute, meglio ancora se condite con un’approssimata quanto ilare rappresentazione corporale.

Sullo sfondo dei titoli di testa e delle note fischiettanti degli Oliver Onions, un cavallo attraversa il deserto trainando una slitta su cui dorme Terence Hill, Trinità appunto; che si sveglia solo dopo aver guadato un fiume, giunto a una catapecchia che funge da ristoro per viandanti affaticati, dove entra, si siede a un tavolaccio di legno polveroso e prende l’unica pietanza che la casa ha da offrire: fagioli. Ma non fagioli e basta, fagioli all’uccelletto, come si palesa nelle inquadrature successive, nelle quali il nostro, dopo aver diluviato l’intera padella, strappa un pezzo di pane dal filone e fa la “scarpetta” con la salsa di pomodoro. A mio modestissimo giudizio, una delle scene più appetitose della cinematografia.

La ricetta:

Fagioli cannellini secchi 200 g;
Pomodori pelati 500 g;
Olio extravergine 1 bicchierino;
2 spicchi d’aglio;
Salvia;
Sale q.b.;
abbondante pepe nero.

Mettere a bagno i fagioli per circa 12 ore, scolateli e cuoceteli in acqua salata a fuoco basso affinché non si rompano, toglieteli dal fuoco poco prima che siano completamente cotti.
In una padella di ferro o di coccio mettete l’olio, gli spicchi d’aglio appena schiacciati e la salvia, fate imbiondire l’aglio ed aggiungete i pelati, fate cuocere per 10 minuti, ed aggiungete i fagioli scolati ma non del tutto dall’acqua di cottura e ancora caldi, mescolate delicatamente, aggiungete il sale ed abbondante pepe nero, fate cuocere per circa 15 minuti e servite.

Se qualcuno si domandasse il perché di un nome tanto eccentrico, visto che di uccelletti non vi è traccia nella ricetta, sappia che a tutt’oggi rimane un mistero dei più insondabili; Pellegrino Artusi tentò di dare una risposta all’annoso dilemma ipotizzando che il nome derivasse dagli aromi – in particolare la salvia – utilizzati in un altro classico della cucina toscana, e cioè l’arrosto di uccelletti.

Photo by Mk2010 (Own work) [CC-BY-SA-3.0], via Wikimedia Commons

Potrebbe interessarti anche:

Una risposta.

  1. christian scrive:

    Grande! :)
    Certo, Trinità non aveva certo i fagioli secchi da tenere in ammollo, per cui mi sa che si sarebbe limitato a quelli della scatoletta, con poco altro insieme! ;)

Rispondi