Autore: Guido Baldereschi
Categorie: Cucina, Ricette

Nel dizionario alla voce “tondone” si legge “grossa frittella di farina”. Nei miei ricordi il tondone rimane la più ghiotta delle merende.

Bambini e ragazzi è regola che a metà pomeriggio mangino qualcosa. Quando ero ragazzo io, tanto tempo fa, si faceva merenda, mentre ora, per lo più, si fa merendina. La merenda era preparata in casa dalla mamma o da chi per lei. Poteva essere una fetta di pane e marmellata, o una michetta con burro e sale, o un bicchiere di latte con un paio di biscotti, o un frutto, o qualsiasi altra cosetta del genere. Questa era la norma. L’esperienza del tondone campeggia invece nella memoria come un’eccezione circoscritta al periodo giugno-ottobre 1943, che fu eccezionale anche per tanti ben altri versi.

Quell’estate la famiglia non andò in villeggiatura. Soltanto io e mio fratello fummo mandati a trascorrere le vacanze in campagna da Nonna Rosa, una vecchia lontana parente che aveva una casetta e un pezzetto di terra sulle pendici aride del Monte Albano, tra Vinci, Vitolini e Faltognano. Non c’era luce elettrica né acqua potabile, che bisognava andare a prendere tutti i giorni alla fonte, a più di un chilometro e mezzo di distanza.

Nonna Rosa era vedova e aveva sei figlioli sparsi per il mondo, sicché viveva da sola, alla Palagina. E viveva di niente: un palmo d’orto presso la cisterna dell’acqua piovana, qualche pollo e qualche coniglio, poche decine di olivi e una minuscola vigna. Era piccola, magra, mangiava pochissimo, e così campò più di cent’anni. Ma intanto, come teneva a stecchetto se stessa, così le pareva naturale tenere a stecchetto anche me e mio fratello. Io allora avevo undici anni e un appetito gagliardo. Da Nonna Rosa capitava quasi regolarmente che la fine di un pasto non corrispondesse con quella dell’appetito e che anzi ne avanzasse sempre un bel po’, già pronto per il pasto successivo. In questa situazione si può ben capire come la merenda assumesse un ruolo di importanza cruciale. Da Nonna Rosa la merenda standard era costituita da una cospicua fetta di pane su cui veniva strofinato ben bene un pezzo di pomodoro maturo e aggiunti aceto, sale e un filo d’olio. Se capitava – e capitava – che dopo questa merenda protestassimo la nostra insoddisfazione, Nonna Rosa partiva un’altra fetta di pane per ciascuno e ci invitava ad andare a mangiarla nel campo, con un grappolo d’uva.

Nessuno saprà mai per il misterioso influsso di quale congiuntura astrale ogni tanto Nonna Rosa decidesse di sostituire la merenda standard con il tondone (un tondone a testa, a volte anche due). Una festa, una festa anche per lo spirito, data la suggestione del rito, che era officiato nel grande focolare fiammeggiante. Mistica la semplicità della ricetta: qualche cucchiaio di farina stemperata nell’acqua, poche gocce d’olio, un pizzico di sale. Strumento: una normale padella di ferro di medie dimensioni. Esecuzione: Nonna Rosa metteva sul fuoco la padella appena oliata, e quando era ben calda, con un romaiolo vi versava una dose della mistura liquida. Dopo pochi minuti la superficie superiore era quasi asciutta, e allora, impugnato il manico della padella, con un’abile mossa faceva volare il tondone e al volo lo raccoglieva, rovesciato,in modo che cuocesse anche dall’altra parte. Alla fine lo deponeva su un piatto; un po’ di sale e il tondone era pronto per essere divorato, bollente.

C’erano tante varianti: si poteva ottenere un tondone più o meno soffice o più o meno sottile e croccante modulando opportunamente il rapporto acqua-farina, la dose di mistura versata nella padella, l’intensità e la durata della cottura.
Mi è difficile rammentare qualcosa che mi riuscisse più gradevole e gradito, in quella estate 1943.

Photo by: Sailko [GFDL or CC-BY-SA-3.0], via Wikimedia Commons

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Una risposta.

  1. Lucia scrive:

    Grazie caro Guido per questa parentesi di struggente malinconia.

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