Autore: Martin Rance
Categorie: Eventi, In evidenza

Oltre alle aziende ospiti che presentano i loro prodotti, nel programma di Winetown 2013 dedicato al vino ci sono una serie di conferenze/degustazioni che approfondiscono alcuni temi legati all’enologia e al territorio.
Mi ha particolarmente colpito, per interessi personali, il seminario che si terrà sabato 16 maggio nell’Ex aula del Tribunale di Piazza San Firenze dal titolo “Perchè conservare e valorizzare i vitigni rari e storici“, curato da Bernardo Conticelli, che offrirà l’occasione di discutere sul ruolo dei vitigni rari e storici in Italia e nel bacino del Mediterraneo.Dalla valorizzazione del ricco patrimonio italiano, alle esperienze di riscoperta e tutela di due storici vignerons italiani e francesi, fino allo studio delle potenzialità commerciali di vini prodotti da vitigni storici.
La degustazione prevede due vini spumanti, due vini bianchi e quattro vini rossi provenienti da Italia, Francia, Grecia e Turchia e prodotti da dieci vitigni rari di grande qualità e capacità di invecchiamento.

Per approfondire questo interessante argomento e farci presentare il seminario, ho rivolto qualche domanda a Bernardo Conticelli.

Dopo anni di omologazione e di dominio dei “vitigni internazionali”, stiamo assistendo alla rinascita dei vitigni rari e autoctoni. Penso che la questione sia innanzitutto culturale, legata alla biodiversità, alla tutela dei territori e delle proprie specificità. Sei d’accordo?
Assolutamente si, d’accordissimo con te. Oggi nel mondo del vino c’è sicuramente un ritorno alla tradizione, sia dal punto di vista delle tecniche di produzione (com’è possibile che oggi a Montalcino praticamente nessuno rivendichi più l’utilizzo della barrique quando fino a tre-quattro anni fa era la prima cosa che ti dicevano se assaggiavi un vino…??) sia dal punto di vista dei vitigni impiegati. Credo comunque che i vitigni internazionali (francesi in particolare) non debbano essere demonizzati, semplicemente se ne è abusato troppo, sono stati piantati anche sul terrazzo di casa. In realtà anche questi vitigni, e penso a Merlot, Cabernet Sauvignon e Syrah in primis, se piantati in Italia nelle giuste condizioni hanno dei risultati eccezionali, basti pensare ad alcuni vini di Bolgheri, qualche grandissima Syrah di Cortona o Cabernet Sauvignon della zona di Panzano. Credo che ogni territorio debba esprimersi al meglio nella bottiglia attraverso il vitigno/i che meglio si adattano a quelle particolari condizioni, possono essere quindi dei vitigni autoctoni e locali o dei vitigni “internazionali” che hanno trovato una seconda casa in questi luoghi. Certo è che abbiamo un patrimonio di vitigni indigeni italiani che tutto il mondio ci invidia, la difficoltà è nel riuscire a valorizzarlo.

In questo discorso come si colloca l’Italia? Pensi si stia facendo abbastanza o che si possa fare di più?
L’Italia ha un patrimonio enorme di vitigni indigeni più o meno rari che è un peccato non aver valorizzato o non valorizzare tuttoggi. Va detto però che questa è una “croce e delizia” del sistema vino in Italia: se è vero che questa grande varietà di vitigni ci da la possibilità di produrre vini assolutamente unici e irripetibili, è altrettanto vero che dobbiamo fare uno sforzo enorme per riuscire a fare conoscere e valorizzare queste micro produzioni in giro per il mondo, vantaggio che hanno invece i vini prodotti da uve molto conosciute. Penso a questo soprattutto in relazione all’export, dove in paesi lontani e ancora poco preparati al vino come la Cina o l’India è veramente difficile fare conoscere un vino prodotto in una micro zona d’Italia da un vitigno che neanche in Italia conoscono. I francesi in questo hanno vita decisamente più facile in quanto ogni volta che presentato i propri vini in giro per il mondo, tutti sanno cos’è un Cabernet Sauvignon o un Merlot o uno Chardonnay e sono certamente più desiderosi di lavorare vini con cui sono familiari. E’ necessario da parte dell’Italia, produttori e istituzioni pubbliche, fare uno sforzo enorme nella formazione ed educazione dei consumatori e professionisti di vino in giro per il mondo. Se in questi paesi si ha difficoltà a far capire dove e come è prodotto un Brunello di Montalcino o un Barolo, figuriamoci la difficoltà nel presentare un vino prodotto da Bombino bianco o Timorasso.

La questione non può essere solo affrontata però solo dal punto di vista della tutela: i viticoltori, giustamente, guardano alla sostenibilità economica dei progetti. Tu che ti occupi anche di marketing del vino, come vedi il mercato per questa tipologia di prodotto?
Questi prodotti hanno certamente una nicchia di mercato ben definita ed in crescita, i mercati più maturi lo richiedono e sempre più spesso importatori esteri sono alla ricerca della “chicca” unica, sconosciuta e con la quale smarcarsi dalla concorrenza. Mi auguro soltanto che questo non avvenga solo perché oggi “piccolo e sconosciuto” è trendy, dato che le mode come arrivano poi cambiano. Spero e voglio credere che che ci sia piuttosto un’inversione di tendenza in questo senso che sia prima di tutto “culturale” nella testa dei consumatori e dei professionisti di vino, un cambiamento che si fossilizzi e possa rimanere stabile nel tempo. Oggi spazio di mercato per questi vini c’è, soprattutto se prodotti da uve “rare” e con metodi “naturali” in vigna e cantina.

Quali sono secondo te i vitigni rari e storici che potrebbero dare grandi sorprese? Quali sono le grandi “perle nascoste”?
Mi piace allargare gli orizzonti a fuori Italia e certamente mi vengono in mente due eccezionali vitigni alpini savoiardi, ovvero l’Altesse e il Gringet. Vitigni che racchiudono lo spirito alpino, purezza aromatica, bella struttura con freschezza e prova di grandissima longevità. Sono pochissimi gli ettari piantati e pochissimi i produttori che li vinificano – tutti in Savoia – ma se qualcuno ha la possibilità, consiglio vivamente di assaggiarli e sono certo ne rimarrà stupito.

Per ulteriori informazioni sul seminario, e per l’iscrizione: http://www.winetown.it/percorsi-guidati/

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